Due chiacchiere al volo con Raphael Gualazzi

0
Share

In uno dei miei tanti viaggi tra Como a Lecce, ho avuto la fortuna di trovare sul mio stesso volo Raphael Gualazzi. Una volta atterrati, in attesa dei nostri bagagli, è nata questa tanto inaspettata quanto interessante chiacchierata.

Raphael, come nasce L’Estate di John Waine?

L’estate di John Waine è nata dalla felice collaborazione con diversi autori e produttori, come Matteo Buzzanca, Alessandro Raina e Colapesce. È stato l’ultimo brano realizzato per l’album Love Life Peace, uscito nell’Ottobre del 2016, anticipato proprio da questo singolo, a Luglio. È una canzone evocativa, con rimandi e richiami a personaggi importanti che hanno fatto parte dei nostri ricordi, dei racconti dei nostri nonni o genitori, e della nostra infanzia.


Ti aspettavi sarebbe diventata quasi un tormentone estivo? Riponevi forti aspettative in questo pezzo?

Sinceramente, è difficile calcolare questo tipo di dinamiche. Se la canzone non piace a chi la suona, se chi sta sul palco non si diverte, non può succedere nulla. L’apprezzamento del pubblico è una naturale conseguenza, fa sicuramente piacere, ed in questi casi si crea una situazione quasi magica. Credo che il ruolo del produttore, in questo caso portato avanti da Matteo Buzzanca, sia stato molto importante: non tutti hanno la possibilità di avere una lettura pragmatica di quel che potrebbe succedere, delle dinamiche legate alla riuscita di un brano. Non è comunque un problema che mi pongo, generalmente. Quello che mi interessa è fare della bella musica, e se questo succede, di conseguenza nascono delle belle cose.


Cosa ti ha portato a suonare il piano invece di un altro strumento?

Il pianoforte è uno strumento che regala tante possibilità, permette di comporre sfruttando tutti i range di un’orchestra, sia alti, che medi e bassi. È uno strumento percussivo, che restituisce una grande ritmicità e una grande possibilità di combinazioni ritmiche. Inoltre è estremamente fruibile anche da parte di chi non ha avuto un contatto con lo strumento stesso. Chi studia il violino, ad esempio, passa il primo mese soltanto ad imparare la posizione per tenerlo tra mento e spalla, ed il secondo mese a suonare arcate vuote per trovare la corretta impostazione. Passa quindi molto tempo prima di poter ottenere un suono decente. Al contrario, Il pianoforte è uno strumento pre-settato, con le sue note già pronte. Approfondendo lo studio di questo strumento, si realizza poi che questo rapporto indiretto porta in realtà il suonatore alla ricerca di un suono sempre più elaborato e profondo, perché questo suono cambia da pianoforte a pianoforte. Questo succede principalmente per questioni logistiche: il suonatore non si porta il pianoforte da casa, ma lo trova già sul palco.


Un paio di anni fa hai avuto il ruolo di direttore artistico della notte della taranta, che esperienza è stata?

Il mio ruolo era in realtà quello di Maestro Concertatore. Il direttore artistico è colui che appartiene alla tradizione salentina, ha il compito di esserne garante, e collabora con il maestro concertatore, che ha invece la funzione di arrangiatore e contaminatore, ed apporta le sue sonorità e le sue esperienze musicali. Queste due figure selezionano insieme un repertorio di più di cento brani, da cui si arriva a sessanta brani. Da questi, il Maestro Concertatore ne seleziona una cinquantina, che serviranno ad intrattenere per circa quattro ore le duecentomila persone che accorrono nella splendida piazza di Melpignano. Abbiamo affrontato questo impegno con molta serietà, abbiamo dedicato almeno un paio di mesi all’arrangiamento, e durante queste prove ci siamo interfacciati di musicisti meravigliosi, sia di professione, che leggevano la musica perfettamente, sia “di strada”, che avevano imparato il repertorio tramandato dai loro genitori, nonni e bisnonni, suonando la pizzica e tutte le canzoni in grico e salentino sin da bambini. È stata un’esperienza incredibile. La tradizione griko-salentina è simile al blues, ci sono grandi parallelismi per via del contesto socio-culturale, come ad esempio le work songs, le canzoni di lavoro. Basti pensare che Alan Lomax, un talent scout delle musiche popolari, venne in Salento a registrare la tabaccare che coglievano il tabacco mentre cantavano le loro canzoni tradizionali, come Ndo ndo ndo, tanto per citarne una. È stata un’esperienza meravigliosa, che ci ha arricchito tanto, anche se non si può aver la pretesa di imparare una tradizione così vasta e antica in quattro mesi. Quel che si può fare è tentare di dare umilmente il proprio contributo e soprattutto di imparare qualcosa, sperando di avere la possibilità di approfondire in altre occasioni. Siamo estremamente grati per questa opportunità che ci è stata data.


Cosa ti piacerebbe fare che ancora non hai fatto, sia in ambito musicale che nella tua vita.

Dal punto di vista musicale, vorrei continuare a creare commistioni e collaborazioni, con più contesti possibili, ed il più possibile diversi tra di loro. In generale, mi piacerebbe portare avanti un percorso orizzontale, ossia di curiosità, dove poter continuare a sperimentare l’eclettismo poliforme, attraverso nuove collaborazioni, trasversali rispetto alla mia radice. Allo stesso tempo, vorrei anche svilupparmi verticalmente, continuando a ricercare nell’ambito che mi ha ispirato maggiormente, quello del jazz blues, dagli anni ‘10 agli anni ‘40, studiando ed approfondendo quel tipo di cultura. Sono queste le due dimensioni importanti della ricerca musicale.

Related Posts
Lascia un commento