Il nostro ricordo di Chester Bennington

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Chi scrive questo articolo, quando uscì Hybrid Theory era un ragazzino di 16 anni, con tutte le paure e le insicurezze di quell’età: brufoli che spuntavano come funghi, informi capelli ricci (che ahimè ormai non ci sono più), timidezza nascosta da un paio di occhialoni tondi e spessi da far impallidire Milhouse dei Simpson.

In una fase così complicata della propria vita, quell’aperitivo di uomo (citazione del suo professore di italiano) era alla ricerca di una strada e di una identità caratteriale, spirituale ed anche musicale. I vari Backstreet Boys e Gigi D’Agostino suonavano bene ed erano orecchiabili, ma lui sentiva che il sacro fuoco della musica dovesse essere cercato altrove.

Ecco, diciamo che uno dei primissimi gruppi in cui quel sacro fuoco venne trovato furono proprio i Linkin Park. Quel suono rock, contaminato da influenze hip hop, fece breccia immediatamente nel cuore di quell’adolescente. In particolare In the end, che emanava una rabbia compressa, che trovava sfogo e parole in modo semplice, chiaro e lineare.

Per non parlare poi dei due principali componenti della band, che sembravano essere davvero dei suoi compagni di scuola. Mike Shinoda, con le sue magliette larghe e il suo inconfondibile cappellino appariva quasi di un altro livello. Rappresentava il lato hip pop del gruppo, e l’hip pop faceva figo, non c’era niente da fare.

Ma quell’altro, quel tipo magrolino e biondo, con quel naso aquilino e quegli occhialetti, sembrava davvero uno di noi. Esteriormente, Chester appariva come un qualunque ragazzino sedicenne. Ma col microfono in mano era capace di ribaltare la situazione. Quel suo tono di voce tagliente e impetuoso era liberatorio. Quella voce graffiante riempiva di carica e forza. Acuta e folgorante, quasi urlata, come una ribellione a tutte le prediche e i rimproveri ascoltati a spalle strette e testa chinata. E questo infondeva, nel ragazzino citato all’inizio dell’articolo, un po’ di sicurezza e grinta per affrontare il mondo che lo aspettava.

È questo il nostro ricordo di Chester Bennington.

Grazie Chester.

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