Roy Paci: “La contaminazione è vita”

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Trombettista, compositore, cantante, produttore discografico: Roy Paci ha fatto dell’eclettismo il suo marchio di fabbrica. Il musicista siciliano ci ha raccontato alcuni ricordi di infanzia, influenze e progetti futuri, in ambito musicale, ma non solo…

Partiamo dalla tua ultima esperienza, quella di Carapace. Carapace sta andando bene, sono veramente soddisfatto ed emozionato. Si tratta di un progetto coraggioso, non sapevo quale sarebbe stata la risposta del pubblico, che invece ha risposto con delle standing ovations che mi hanno emozionato. Devo dire grazie alla sapienza di questo caro amico, Pablo Solari, figlio d’arte del grande Gianpiero Solari, uno dei più grandi drammaturghi italiani. È riuscito a carpire il lavoro di mesi svolto insieme, sbobinando la mia vita, intervista su intervista. Carapace è questo, un racconto dove sono io l’unico attore in scena, che poi è un pretesto per parlare di tematiche abbastanza forti, che io ho vissuto in prima persona.

Non sei solo sul palco…Sono con cinque musicisti, che conosco da tempo, e si prestano bene a questa operazione. Ho voluto creare questo ensemble, per portare in scena, affiancando alla narrazione, la musica di tutti i miei progetti, che sono principalmente tre: Banda Ionica, Corleone e Roy Paci e Aretuska. Con Banda Ionica parto dalla banda, dalla marcia funebre, dalla mia prima esibizione dal vivo a 9 anni. Con Corleone c’è invece il Jazz, anche quello più all’avanguardia, di sperimentazione, ed infine parte del mio vissuto con questo progetto ventennale che sono ormai gli Aretuska.

Qual è stato da bambino, e qual è tutt’ora, il tuo Carapace?Ah! Bella domanda, grande! (In redazione si scatena il tripudio, ndr) Il mio carapace è stata la musica. Ero un ragazzino molto difficile, vivace, un po’ ribelle, con una forte connotazione politica e ideologica. Ho sempre aiutato quelli più deboli di me, e ho fatto a botte a scuola perché c’era gente che pigliava in giro i ragazzi con qualche problema. In cantiere, con mio padre, dovevo faticare per arrivare a fine giornata e guadagnare due spiccioli. Nasco quindi in un ambiente molto umile, e questa è stata la cosa principale che mi ha forgiato, mentre la musica ha smussato tutti gli angoli un po’ troppo complessi della mia personalità.

Da bambino, cosa ti ha portato a suonare la tromba?Il maestro della banda voleva farmi suonare il tamburo, perché in quel momento mancava quella persona. Non è che non mi piacesse, era un bello strumento, ma non emetteva suoni e melodie, di cui io avevo bisogno. Quando mi ha aperto il parco giochi dell’archivio degli strumenti della banda, io ho provato diverse cose, ma quando ho visto una tromba da lontano ho avuto una folgorazione bestiale, tipo John Belushi quando vede la luce. È stato amore a prima vista!

A proposito di folgorazioni, quando hai deciso “Faccio questo” da grande? Cosa ti ha fatto capire che questa era la strada giusta?Quando ho capito che con la musica ci potevo guadagnare. A 16-17 anni ho fatto un bel giretto per in treno l’Europa, e ho capito che fermandomi nelle piazze e tirando fuori lo strumento, guadagnavo più dei grandi professori delle orchestre. Lo dico in maniera provocatoria, perché è ridicolo quel che guadagna un maestro dopo tanti anni di studio. Lì ho capito che ci potevo campare, perché la mia volontà era quella di vivere con la musica, non tanto diventare famoso o chissà che. Io volevo vivere di quello che volevo fare.

Dai tuoi esordi ad oggi, nella tua vita artistica cosa è cambiato? Il tuo obiettivo è sempre lo stesso da quando hai cominciato, oppure le tue esperienze ti hanno poi portato altrove? Beh qualcosa è cambiato, perché maturando vedi la musica e l’arte a 360 gradi. Adesso amo tantissimo seguire i progetti. Ho aperto il mio studio 10 anni fa, e mi sono specializzato nella figura del produttore artistico, ossia colui che riesce a veicolare il suono di una band giovane, che mette mani alle registrazioni, agli arrangiamenti, a tutto quello che concerne la finalizzazione di un album. Questo è un ruolo che mi piace tantissimo. E non ti nascondo che il teatro è un percorso parallelo a quello della musica che non mi dispiace affatto.

Qual è il tuo album che più ti rappresenta? Sono legato a tutti gli album. Evidentemente l’album SuoNoGlobal, dove c’è Toda Joya, è un album molto rappresentativo per il progetto Aretuska. Però non disdegno tutte le altre cose che ho fatto. Con Banda Ionica abbiamo realizzato il primo disco di marce funebri mai fatto al mondo, e per me è un album importantissimo. Così come è importante ciò che faccio con Corleone, progetto di Jazz d’avanguardia e sperimentazione di new jazz, dove mi posso permettere di lavorare su strutture asimmetriche, avere un fraseggio più libero sulle armonie e sulle strutture, ed interagire con altri musicisti con uno scambio quasi telepatico in tempo reale.

Qual è stato invece l’artista che ti ha più influenzato?Beh, ce ne sono tanti. Dal punto di vista della tromba, quello che mi ha folgorato sulla via di Damasco è stato Miles Davis, ce ne sono veramente tantissimi, come Clifford Brown e Blue Mitchell. Trasferendomi in Sud America, ho avuto modo di ricercare ed elaborare il suono. Se sono diventato “bastardo” è anche grazie al Sud America. Per quanto riguarda il ruolo di cantante, per me cantare significare cantare come Tom Waits. Lui è uno di quelli che ho sempre amato e sempre amerò.

Si dice spesso che la musica oggi sia molto settoriale, che ci sia poca contaminazione. Sei d’accordo?Personalmente no. Penso che la contaminazione sia l’ingrediente fondamentale di tutto quello che faccio, ma non solo nella musica, anche nella vita di tutti i giorni. Per me, arrivare in un mercatino a Dakar, in mezzo a tutti i miei amici africani, è contaminazione totale, di cibi, di sapori, di profumi. Dopo 28 anni sono tornato a Palermo, una città che della contaminazione ha fatto un valore assoluto. La Sicilia oggi è completamente cambiata, ed ha ribaltato tutti i luoghi comuni e i pregiudizi che ci stavano stretti. La contaminazione sta alla base di tutto, non solo della musica. È un ingrediente fondamentale. Non nascono nuovi progetti musicali interessanti, se non c’è un minimo di contaminazione.

Rap, Pop, Rock, Hip-Pop, Reggae, Metal. Hai messo mano a qualunque genere musicale. Cosa ti manca ancora? Mi manca il neomelodico napoletano, ma presto riuscirò a realizzare qualcosa, perché ci sono delle cose interessanti in ballo. A me piace sia la roba pioneristica, come Maria Nazionale, sia le cose nuove tipo Ivan Granatino, per citarne alcuni. E poi mi piacerebbe anche lavorare di più sul mondo nuovo della scena africana. C’è un’espressione nuova, che parte dal Kuduro, che non è quello che pensa la gente del Danza Kuduro, ma è proprio un altro genere musicale. Io ho sempre amato ciò che arriva dall’Africa, a cominciare dall’afro beat di Fela Kuti. Sto vedendo ora tanta roba bella che ha come matrice anche la contaminazione africana.

Nel 2003 hai fondato la tua etichetta discografica Etnagigante. Cosa significa lavorare in modo indipendente nella musica?Vuol dire soprattutto portare avanti i propri progetti senza entrare nel tritacarne delle major. Se il disco non funziona, la major dopo un mese lo butta. Io invece posso lavorare su un album anche per un anno intero. In un progetto, il prodotto va lavorato e curato in tutti i suoi dettagli. Ed è un peccato vedere che alcune Major, se il prodotto se non rende per quello che loro hanno investito, buttano il prodotto non nel dimenticatoio, ma direttamente al macero.

Com’è nata la collaborazione con Willie Peyote, che ha portato a Salvagente?La collaborazione è nata prima di Salvagente, lui ha realizzato un suo album nei miei studi a Lecce, i Posada Negro Studios, e gli ho dato una mano con alcuni arrangiamenti. Inoltre, avevo questa base, che volevo mettere nell’ultimo album Valelapena, ma il risultato finale non mi convinceva, e l’ho lasciato fuori dal disco. Dopo un paio di mesi ci siamo incontrati di nuovo, ne ho parlato con lui, e a quattro mani abbiamo realizzato questo pezzo. Il prodotto alla fine mi è piaciuto tantissimo. Incredibilmente poi è arrivata la notizia della vittoria del premio di Amnesty, che mi ha commosso totalmente. Supporto Amnesty International da quasi 20 anni, e non me l’aspettavo. Continuo ancora a stupirmi, sono come i bambini, mi piace stupirmi per le cose che arrivano, non mi aspetto nulla dalla vita, quindi tutto quello che arriva è tutta bellezza e gioia.

Se dovessi cantare oggi Nun te Reggeae più, chi sarebbero i protagonisti?Non basterebbe più una canzone, ci vorrebbe una sinfonia orchestrale di un paio di ore (ride)…

Cosa consiglieresti a un ragazzino che si avvicina al mondo della musica, che in particolare vuole imparare a suonare la tromba?Innanzitutto di buttarsi nella mischia di tutte le Jam Sessions che trova nel suo territorio, e poi suonare in giro, nelle piazze, perché è proprio lì che ti confronti e hai modo di entrare nella dimensione musicista-pubblico, anche senza palcoscenico. Tu ti metti lì e hai il pubblico di fronte. Questo è quello che ho fatto io, per capire e misurare, con quel termometro che è la gente, quello che tu riesci a valere. Gli altri percorsi possono essere interessanti, ma sono dei mondi abbastanza effimeri.

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